Un recente articolo apparso su Repubblica.it riporta la notizia di due impiegati della Cassa Nazionale di Previdenza dei Commercialisti sospesi e poi licenziati a causa di commenti, pubblicazioni e frasi scritte su Facebook.
In poche parole, la loro “colpa” sarebbe stata quella di diffamare, deridere e/o offendere i propri dirigenti superiori attraverso il comportamento tenuto su quello che è ormai il Re dei Social Media.
Non entro nel merito dei singoli provvedimenti, credo però che questi fatti aprano scenari interessanti in merito all’uso dei social media da parte degli utenti, al suo significato e alla percezione che si ha di tali strumenti di comunicazione.
Per molti utenti il proprio profilo su FB è una sorta di valvola di sfogo, una zona franca dove emozioni, sentimenti e opinioni possono essere “vomitate” con molta più leggerezza rispetto a quanto si farebbe al bar o ad una cena con gli amici.
Niente di più sbagliato.
Quasi sempre i nostri “amici” su FB sono molti, molti di più rispetto alle nostre VERE amicizie.
Tra di loro ci sono ex compagni di scuola, ex commilitoni, colleghi di lavoro passati e presenti, frequentazioni occasionali, spesso anche individui che non conosciamo personalmente ma che in qualche modo sono venuti a contatto con noi esclusivamente attraverso la rete.
Tanta, troppa gente, insomma.
Gente che legge quello che scriviamo, che lo approva (“mi piace”), che lo commenta, che lo tagga.
E soprattutto che potenzialmente lo condivide con il PROPRIO elenco di “amici”, allargando esponenzialmente ogni nostra parola a un panorama enorme di potenziali sconosciuti, con in più il pericolo del fraintendimento intrinseco all’uso della parola scritta, che non ha un “tono” e che pertanto non può essere interpretata soprattutto se letta da persone che ci conoscono poco, male o per niente.
E’ richiesta quindi la nostra massima attenzione rispetto a quello che scriviamo e pubblichiamo.
Potrebbero leggerci e usare le nostre parole a loro piacimento diversi campioni dalla nostra lista di “amici”:
- un collega amichevole sul posto di lavoro, ma in realtà arrivista e pronto a farci le scarpe
- un nostro superiore di cui abbiamo stupidamente accettato l’amicizia tempo fa per il quieto vivere, ma non ricordiamo di averlo fatto
- una persona che per puro caso è nostra “amica”, ma in realtà è parente o amica (per davvero) del nostro superiore
Per farla breve, FB è una grande piazza, un grande Bar Sport, un grande salone da parrucchiera.
In ognuno dei suddetti luoghi staremmo bene attenti a quello che diciamo e a chi lo diciamo, magari parlando a mezza voce, per evitarci grane.
Su FB invece ci sentiamo spesso meno in pericolo, protetti dallo schermo e dalla discreta silenziosità della tastiera.
Ci sentiamo intoccabili, non controllabili, la rete è sentita da molti come un baluardo di libertà e quindi ci arroghiamo il diritto di scrivere quello che ci pare. Non solo, ma addirittura (come nei casi citati dall’articolo) ci indignamo se le parole da noi vergate a video ci vengono contestate, perché le abbiamo scritte in privato, dal nostro telefonino o dal nostro computer, nel guscio caldo della nostra casa.
Sbagliato. Non conta dove, come o perché abbiamo scritto.
Conta il fatto che quelle parole sono finite in pasto a centinaia, potenzialmente migliaia di persone, anche se nel momento in cui le scrivevamo pensavamo le leggessero solo i nostri amici più stretti dimenticandoci di tutti gli “accetta l’amicizia” che abbiamo colpevolmente cliccato nel tempo.

Tanti anni fa, in altri momenti della storia Italiana si diceva e si scriveva: “taci, il nemico ti ascolta”.
Si diceva anche “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”.
Direi di fonderli e di coniare il proverbio del nuovo millennio: “Taci, la tua lista di amici ti legge”.
TUTTA, la tua lista di amici.
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